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Resistere. Duro. Sempre.

Articolo a cura di Matteo Pedroni


Premessa. Perché c’è bisogno che una casa editrice di giochi pubblichi in data 25 aprile un articolo in cui si parla principalmente di politica?

Potrei anche rispondere semplicemente “perché possiamo farlo”.

E questo piccolo semplice pensiero egoistico in realtà spalanca già grandi cancelli sul fatto che se oggi abbiamo questa, e tante altre, libertà è proprio merito di una conquista avvenuta tramite la lotta e la Resistenza.
Non si vuole parlare di preferenze politiche, ma di posizioni. Divise tra democratiche e antidemocratiche, o per dirla meglio antifasciste e fasciste.

Io e la casa editrice per cui lavoro non abbiamo paura di dire che siamo antifascisti, anzi, siamo orgogliosi di sostenere libertà sociali e personali in uno stato fondato su una costituzione democratica.

Poi, trascrivere pensiero in parole è la radice stessa del lavoro di editore: rendere qualcosa pubblico ai propri lettori.

E anche i giochi non si esimono certo dal veicolare un pensiero privato e personale dei propri autori. Anche quando superficialmente sembrano esclusivamente mezzi di spensierato divertimento.

Allora entro nel personale anche io, scrivo questo articolo perché ci tengo.

Da un lato ci sono la memoria della mia famiglia, nato nelle zone che furono Linea Gotica con un nonno partigiano (e uno che non conosco, chissà magari invece lui era un fascista), e la mia memoria personale: durante il mio percorso di vita mi sono trasferito a Milano (tra l’altro città medaglia d’oro della Resistenza e “causa” della data 25 aprile come giorno commemorativo della liberazione) e proprio lì ho avuto il piacere di avere come professore all’università un tale Antonio Scurati.

Lo stesso Antonio Scurati che ha vinto il premio Strega per M. Il Figlio del Secolo, libro su Mussolini e il fascismo, e che qualche giorno fa si è visto censurare dalla RAI un monologo sul 25 aprile per il quale era stato invitato sulla televisione di Stato.

Ecco dall’altro lato i sentimenti e i pensieri scaturiti da questa vicenda in particolare hanno fatto nascere in me l’esigenza di scrivere queste righe in questa occasione, mettendoci dentro qualcosa di personale.
Ma solo qualcosa, perché come vedremo dopo “la memoria non basta” e serve anche la Storia, forse oggi più che mai, almeno considerando gli ultimi 80 anni di questo Paese.

Memoria, Storia e Resistenza.

Il 25 aprile, l’antifascismo e la Resistenza

Allineamento. 

Il 25 aprile è la data che celebra la fine dell’occupazione nazista e del regime fascista e ricorda la lotta portata avanti dalla Resistenza a partire dall’8 settembre 1943, giorno dell’Armistizio di Cassibile.

La Resistenza rimane un momento storico assoluto della storia italiana. In un paese schiacciato dalla guerra, fame, sfiducia, invaso dall’occupante tedesco che vi seminò terrore e morte, migliaia di italiani scelsero di resistere, di opporsi, di reclamare il diritto di essere altro.
Italiani di ogni estrazione, credo e ideali: contadini, operai, comunisti e non, socialisti, cattolici, monarchici, nobili, borghesi, intellettuali, analfabeti e militari.

Un universo incredibilmente sfaccettato, difficilissimo da descrivere nella sua composizione. Un fenomeno in cui si intrecciano più aspetti storici contemporaneamente: 

  • guerra patriottica e lotta di liberazione da un invasore straniero; 
  • insurrezione popolare spontanea; 
  • guerra civile tra antifascisti e fascisti (e collaborazionisti con i tedeschi); 
  • guerra di classe, con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti.

Il fascismo aveva privato l’Italia di ogni libertà democratica, conducendola poi rovinosamente in una sanguinosa guerra persa.

Essere antifascisti significava iniziare una lotta per un futuro libero e democratico. Traguardo che in parte abbiamo raggiunto proprio grazie a chi per questo ha combattuto, così come il motivo per cui possiamo scrivere queste parole.
Nulla a che fare con la mistificazione che vuole la Resistenza come un gruppo uniformemente schierato, essere antifascisti era altro. E non era facile.

Mentre nel ventennio era facile essere fascisti. 

E non ci dovrebbe essere alcuna problema nel realizzarlo: tante persone hanno trovato facile scivolare nel sistema dell’uomo forte al comando, tante persone hanno creduto in una nuova prospettiva, tante persone erano direttamente nate in un sistema mono-fascista, tante persone non sapevano o credevano esistesse nemmeno un’alternativa, o gliel’hanno fatta escludere con la violenza.

Fuori dal fanatismo e dalla cieca militanza non credo si debba provare vergonga delle scelte dei propri avi. Ma sicuramente dovremmo farci carico della responsabilità che ne derivano, fare nostro il bagaglio storico del periodo, analizzarlo in maniera critica e rivolgersi al mondo con tolleranza e libertà: semplicemente essere antifascisti.

Eppure antifascista oggi sembra una parola difficile da dire per molti. Una parola che racchiude in sé significati polarizzanti, che secondo importanti esponenti del nostro stesso Senato rivela in realtà l’essere schierati dalla parte di una dittatura ancor più crudele invocata sotto voce.

Io credo che antifascismo sia una parola che non vuole pronunciare solo chi si sente fascista nel cuore ma non può dirlo tramite bocca. 

Mentre scrivevo queste parole si è diffuso in rete l’intervento di un personaggio che di storia ne sa sicuramente più di me e che la sa sicuramente raccontare meglio.
Il professor Alessandro Barbero è stato ospite il 23 aprile a DiMartedì su La 7 proprio in merito a 25 aprile e antifascismo, e io non ho potuto che rubare le sue parole e riportarle qui:

Se è difficile dirsi antifascisti? Dipende da dove si è cresciuti. In quale famiglia. In quale pezzo d’Italia.
C’è un pezzo d’Italia dove ormai da tre generazioni ai bambini si insegna che il regime ha fatto anche cose buone e che invece i partigiani erano degli scavezzacollo, o peggio, dei ladri di galline o magari dei criminali. E che quindi e che quindi non c’è nessun motivo di festeggiare il 25 aprile.
Una parte d’Italia è rimasta così, perché altrimenti non si spiega che oggi, quasi un secolo dopo, sia così difficile dire “Vabbè, ragazzi, dai, ammettiamolo, c’era una parte giusta e una parte sbagliata”. 

Non c’è mai stata una guerra in cui fosse così evidente.

INT: Ci sono delle conseguenze essere cresciuti con queste categorie mentali e culturali e poi trovarsi al governo del Paese? Negative? Pericolose?

Beh sì, le ha. Le conseguenze nagative e pericolose. Non tanto forse perché rischiamo di esser rimessi tutti in camicia nera a marciare. non credo che avremo un Governo che invaderà di nuovo l’Etiopia o che dichierarà di nuovo guerra agli Stati Uniti, come ha fatto Mussolini. Anzi, quest’ultima cosa mi sento proprio di escluderla.

Però le cose simboliche sono importanti. Se noi oggi siamo ancora qui, in un paese che continua a spaccarsi fra chi sta con i partigiani e chi sta con i fascisti vuol dire che queste non sono cose superficiali. Sono cose radicate profondamente nell’identità italiana, e che quindi chi sta al governo, e dovrebbe aver giurato sulla Costituzione antifascista invece faccia così fatica a dirsi antifascista… il che vuol dire che sei fascista fondamentalmente mi sembra, perchè o l’uno o l’atro. Questa a me sembra una cosa inquietante.

Il problema di quella parte d’Italia che ha continuato a insegnare ai bambini in casa che la Resistenza era fatta da criminali è che effettivamente tanti italiani stavano dall’altra parte, tanti italiani hanno sofferto nella guerra partigiana, tanti italiani si sono sentiti sconfitti. 

Ma in ogni guerra ovviamente c’è chi vince e c’è chi è sconfitto, e ci sono guerre in cui non è così evidente chi sta dalla parte giusta.

Una delle tragedie dell’Italia è proprio questa difficoltà di andare al di là della propria memoria.
La memoria di tante famiglie. È una memoria di persone che sono state magari anche ammazzate.
Io ho due nonni che erano fascisti. E uno è stato fucilato dai partigiani.

Però con tutto il dolore che la mia famiglia ha provato per questo, forse perchè faccio lo storico e so che la memoria non basta, perché ognuno ha la sua. E invece bisogna andare un po’ più in là e arrivare alla Storia, che vuol dire “io capisco il tuo punto di vista, però tu non puoi restare chiuso dentro a questa cosa”

Le intenzioni erano di sintetizzare le parole del professor Barbero, ma alla fine non ho potuto che riportare integralmente (un pezzo de) il suo intervento, perchè vorrei davvero che più persone possibili nella community a cui faccio quotidianamente riferimento al lavoro siano raggiunte da questo pensiero, nella speranza che non ci sia nessuno che abbia paura, o disgusto, nel definirsi antifascista.

Perché in uno stato fascista non ci sarebbe nemmeno la libertà di immaginare e di esprimersi nei giochi di ruolo che tanto amiamo.

Resistenza e Gioco di Ruolo

Arriviamo a quello che originariamente doveva essere il fulcro dell’articolo. Avendo già ampiamente sforato ogni logica editoriale di contenuto e lunghezza, cercherò di essere rapido.

Però inizio da un concetto per me di base quando parliamo di gioco di ruolo ma che è molto importante per dove voglio arrivare.

Gioco di ruolo come nome è fondamentalmente un grosso errore di traduzione.

Perchè se da Roleplaying Game tolgo “play” credendo che sia una ripetizione di “game” sto troncando una parte di singnificato molto importante: l’interpretare il ruolo che sto prendendo nel gioco!

Di fatto quasi ogni gioco è un gioco in cui si assume un ruolo: in Monopoly quello di un magnate, in Risiko del grande generale di una nazione, così come negli scacchi ecc.
Si assume un ruolo ma senza interpretarlo, ciò che distingue quindi il GdR dal resto è il movimento che ci cala nei panni e nelle situazioni del personaggio di cui assumiamo il ruolo e trarre proprio da questo un divertimento, soddisfando il nostro bisogno di sentire e vivere storie, di provare sentimenti e situazioni che non si limitano solo alla nostra esperienza personale.

Ma per farlo ci è necessario possedere la libertà intellettuale di mettere in discussione quello che ci circonda, così come vivere in uno spazio immaginifico che può uscire al di fuori di qualcosa di limitato a un solo orizzonte imposto, e avere accesso a tutte le sfaccettature dello scibile umano. Tutti traguardi sostanzialmente impossibili da raggiungere in uno stato fascista, tutti traguardi conquistati dall’antifascimo e dalla Resistenza.

Possiamo tranquillamente dire che il gioco di ruolo per come lo amiamo può esistere solo nell’antifascismo.

Perché allora non cogliere l’occasione delle celebrazione della Liberazione per riproporre al tavolo i temi della Resistenza? Ecco qualche semplice consiglio per la vostra ruolata del 25 Aprile.

I Personaggi.

La Resistenza va oltre il partigiano armato e combattente, nella nostra storia ci sono figure altrettando fondamentali come le Mondine, donne che oltre al lavoro nei campi hanno praticamente mantenuto i comabttenti nella macchia e che si sono opposte al regime anche facendo leva sulla forza della loro manodopera con scioperi e proteste, o i semplici cittadini capaci di grandi atti di coraggio, come gli operai della barricate antifasciste di Parma nel ‘22. Date ai giocatori “ruoli diversi” in cui calarsi, così che trovandosi insieme nel gioco possano rappresentare le varie sfaccettature di un fenomeno così complesso e profondo.

Il Quotidiano

Partite inserendo i personaggi in una situazione di normale quotidianità però immersa nell’oppressione sotto il regime. Mettete in scena come siano le cose più normali e semplici di ogni giorno a risentire di più gli effetti di un totalitarismo fascista e dell’occupazione di una forza straniera che non ha alcun rispetto verso un popolo consdierato inferiore. È da questa frattura che deve originarsi lo spirito di cambiamento che deve guidare i personaggi.

Non è tutto oro quello che luccica

Non si può negare che anche nella Resistenza ci fosse qualche mela marcia. Ignorarlo sarebbe un appiattimento dei fatti troppo evidente, così come pensare che dall’altro lato fossero tutte macchiette di malvagità. Cercate di mettere in gioco PNG non totalmente appiattiti e stereotipati, usateli invece per dare profondità alla sessione ragionando sui possibili dubbi e sulle possibili tentazioni che potrebbero spingerli in una direzione opposta rispetto al loro schieramento.

Effetti speciali

Una rapina in banca non dovrebbe essere proprio la rappresentazione di qualcosa di positivo, eppure siamo generalmente tutti innamorati degli heist movie e di come riescono a catturare la nostra attenzione e a emozionarci lasciandoci spesso con il fiato sospeso. Ecco, proprio da questi dovremmo prendere spunto per emozionarci al tavolo parlando di Resistenza. Provate a scegliere un obiettivo intorno a cui costruire un “colpo”, senza che sia necessariamente ispirato all’immaginario criminale. Mettete i vostri personaggi insieme a elaborare una strategia e poi fategliela mettere in pratica, senza dimenticare i colpi di scena!

È sempre la stessa storia

Non serve necessariamente utilizzare l’Italia dal ‘43 al ‘45 e lo scenario verosimile della Seconda Guerra Mondiale per trattare i temi della Resistenza in una sessione di gioco, così come non necessariamente bisogna scegliere un gioco o un’ambientazione di taglio storico. Star Wars è un ottimo esempio di come si possa parlare di Resistenza con un fantasy che mischia film di samurai e navi da fantascienza. Questo spunto potrebbe essere utile a superare le diffidenze di trova noiose le giocate basate su fatti storici e aiuta a costruire ponti di collegamento con storie di altri generei che in una prima lettura non vengono associate alla Resistenza. Da Cyberpunk a Dune, dal Signore degli Anelli a Fabula Ultima, ci sono un sacco di giochi che naturalmente in sé hanno incorporati gli stessi temi, metteteli semplicemente al tavolo!

Buon 25 aprile! Buona liberazione! E buone giocate!

RESISTERE. DURO. SEMPRE!

Matteo Pedroni

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